Articolo dello storico dell’arte Fabio Petrelli sulle Opere d’arte di Leonora Carrington


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La problematizzazione del mythos nelle opere di Leonora Carrington: lineamenti iconografici
Fabio Petrelli

Leonora CarringtonGli universi ermetici dipinti da Leonora Carrington, le oscure atmosfere dense e coagulate di un esoterismo primordiale, disorientano la totalità della visione, nella quale l’occhio contemporaneo cerca un punctum d’ancoraggio saldo e di penetrabile accesso per risposte vive e codificabili. Il mondo della Carrington, però, è un cosmo infinito dove la chiave per l’accesso è resa solamente dalla conoscenza e dalla consapevolezza degli arcani miti che un tempo furono alla base del pensiero religioso.
Il mythos, inteso proprio come narrazione, opposto al concetto di logos, è indubbiamente il più saldo dei punti d’ancoraggio entro il quale poter modellare e dare un senso completo e compiuto alle opere della pittrice d’origine britannica. La consapevolezza del mito e la dissociazione contemporanea dai contesti religiosi arcaici, sono la base del linguaggio stilistico di Leonora Carrington, che architetta cupi paesaggi entro i quali vivono e confabulano strane creature antropomorfe; sintesi perfetta tra il mondo mitico che fu ed il nostro.
Come sostiene Brelich (1965), il mito si svolge in un tempo passato differente dal presente, dove si narrano eventi che sono avvenuti in un tempo diverso e lontano ed ha una funzione pedagogica, così da spiegare l’origine di ciò che dalle società arcaiche fu ritenuto importante.
Il tempo, in cui il mito si inserisce, è un tempo radicalmente diverso da quello attuale, ed è proprio in questo tempo sospeso che si colloca il processo che culmina nella creazione dell’attuale assetto del reale (Massenzio, M., 2003). Inteso culturalmente, il tempo in cui si svolgono le misteriose scene dipinte, è simile al tempo sacro, descritto in sede antropologica da Eliade (1973), dove si ritualizzano gli avvenimenti di un passato mitico, di un tempo primordiale ed originale, prima del quale non esisteva nessuna categoria spazio – temporale. In questo non – tempo, dunque, hanno origine e fluttuano le figure della Carrington: tori, cani, oche, cavalli, serpenti, uccelli ed esseri immaginari e fantastici (Fig.1, and then we saw the daughter of the minotaur); ognuno dei quali allude ad una diversa teofania; sospesi tra il mondo dei vivi e quello labile e sotterraneo dei morti: una sintesi estrema tra l’iconografia visionaria di Hieronymus Bosch e Peter Brueghel e quella inquietudine prerinascimentale, ancora in parte ingabbiata in modelli tardo medievale, di Paolo Uccello. Di questi elementi, che sono alla base dell’iconografia carringtoniana, bisogna inoltre asserire la forte componente surrealista: importante fu la conoscenza e la frequentazione assidua con Max Ernest e con l’ambiente cosmopolita dei surrealisti europei e poi americani. La Carrington, trovò spazio per poter evolvere e consolidare il proprio linguaggio che attinse a quell’universo sensibile del femminino intrinseco della doppia valenza di generatrice e poi distruttrice. La permanenza, dagli anni quaranta del secolo scorso in Messico; la sua intima amicizia con Remedios Varo; amplieranno maggiormente quella componente intimistica e mitica che è rintracciabile nei suoi dipinti con quelle atmosfere impregnate di mondi esoterici, alchemici e magici, dove ogni regola non trova più spazio.Leonora Carrington (1947) - Body Giant
Le inquietanti figure femminili e maschili che popolano i suoi dipinti, si generano, quindi, da una profonda conoscenza e coscienza del mythos come elemento primordiale che fonde la realtà, ricollocando, così, gli oscuri personaggi entro delle architetture ora fantastiche e surreali, ora in paesaggi arcaici e angoscianti. La donna, come nei miti fondanti, diviene lo strumento che si incanala maggiormente nel mondo occulto e misterioso del mito, assumendo origini bestiali e perturbanti; sconosciute megere totemiche dalla grande forza velenosa, grave e luttuosa (Fig. 2, body giant 1947).  Queste grandi figure remote ed in parte androgene, celano i segreti più reconditi: sono ibridi misteriosi dalla forza ipnotica, malvagia e benevole; quasi fossero generati alla soglia di quel IMG-003sottilissimo varco immaginario che separa la veglia dal sonno. È questo il ruolo simbolico del mito nella pittura di Leonora Carrington: il voler instaurare un dialogo tra il concreto e l’ immaginario, tra il non-tempo del mito e il tempo desacralizzato dell’oggi. Leonora Carrington (1965) - La Minotaura
L’interesse per la cultura minoica, con tutta la schiera delle sue figure mitiche, offre alla Carrington la possibilità di trasformare con consapevolezza la storicità del mito che volge, così, alla sua funzione catartica. La figura emblematica del minotauro (Fig. 1,3 e 4) quasi sempre presente nei suoi dipinti, è la prova diretta dell’appropriazione e rielaborazione in stilemi poi del tutto innovativi e surreali dei miti pre-ellenici: in particolare con il minotauro della Creta minoica e il tema dell’arcano labirinto a esso relazionato. Queste figure archetipiche, sono rivendicate dalla sfera dell’irrazionale e offrono la possibilità di intercalarsi all’interno dello spazio sacro in cui il mito ha funzione.
Nella pittura di Leonora Carrington, tutto ciò ha una propria veridicità, un mondo simbolico che in fondo gli corrisponde, un universo intimo e altamente sacro dove i miti continuano a sopravvivere ma non hanno più la loro funzione originaria, proprio perché dissociati dal loro contesto primordiale, e quindi assumono una nuova funzione archetipica e simbolica.
E allora, a questo proposito, si consolida ciò che scrisse Raffaele Pettazzoni (1947-48): Il mito è vero e non può non essere vero perché è la tavola di fondazione della vita tribale, cioè di tutto un mondo che non può esistere senza quel mito. Reciprocamente il mito non può esistere senza quel mondo di cui organicamente fa parte come spiegazione delle sue origini, come sua ragione d’essere iniziale, come suo “prologo nel cielo”. La vita del mito, che è insieme la sua verità è la vita stessa di quel suo originario mondo di formazione e d’incubazione. Fuori di questo il mito può bensì sopravvivere: ma il mito sopravvissuto non è più vero, perché non è più vivo. Non è più “storia vera”: è “storia falsa” .
La Carrington, come molti altri artisti, rivela un mondo lontano, magico e magnetico; un mondo vacillante ma profondamente ancorato a dimensioni ormai latenti, mitiche e sofferte che in fondo solo l’arte con la sua potenza e la sua introspezione può restituirci e farci comprendere.
 a cura del
Dott. Fabio Petrelli
storico dell’arte gruppo Artingout
Roma, 5 dicembre 2015
 
Come citare questa fonte bibliografica
Petrelli, F. (2015)
La problematizzazione del mythos nelle opere di Leonora Carrington
Artingout.com, Roma 5 dicembre 2015.
Riferimenti Bibliografici
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